Guidati dal mito di Ulisse, in questo articolo proviamo a riflettere sul bisogno di sicurezza e sulla curiosità dei bambini e sul ruolo di noi educatori.
Conciliare desiderio di scoperta e bisogno di sicurezza dei bambini
Ulisse, in quanto figura archetipa, esercita da sempre un grande fascino su tutti noi. Per quanto mi riguarda, questo personaggio omerico mi accompagna da ragazzina, quando sui banchi del Liceo leggevamo l’Odissea. Poi, più in là, anche il teatro mi ha riproposto in diverse forme la sua gigantesca figura: i suoi viaggi come la più grande metafora della vita e della condizione umana.
Mai però avrei immaginato che un giorno Ulisse avrebbe gettato una nuova luce sull’idea di infanzia e che potesse rivelarsi un utile e prezioso strumento di indagine dell’approccio educativo.
Il viaggio di Ulisse e dei suoi compagni, infatti, può essere letto come una metafora della condizione dell’essere-bambino e dei grandi conflitti che la contraddistinguono, a partire dal movimento continuo tra il desiderio di scoperta e il bisogno di avere punti di riferimento sicuri.
Le due nature del mare nell’Odissea
Il rapporto tra Ulisse e il mare, si sa, ha una doppia natura ed è su questa duplicità che è improntato il viaggio di Ulisse nell’Odissea. Una delle due nature è espressa in greco con il termine thálassa, l’altra con il termine pònton.
Thálassa è il mare chiuso, mappato, navigabile (nel mondo antico, il Mediterraneo). Pònton è il mare aperto, non tracciato, quindi potenzialmente pieno di insidie, pericoli e prove da affrontare. Mentre il primo è percorribile, l’altro è conoscibile. L’uno richiede la conoscenza (tecniche e strumenti di navigazione), l’altro l’intuizione.
All’interno di questa lettura metaforica, il primo mare rappresenta ciò che il bambino può affrontare grazie a strumenti già acquisiti, mentre il secondo rappresenta l’incontro con ciò che è nuovo e richiede capacità di adattamento, immaginazione e fiducia nelle proprie risorse.
E infatti, nell’Odissea, thálassa è associato ai compagni di Ulisse che riuscirono a tornare a casa, mentre pònton è associato al mare dell’anima, all’erranza, alla perdita, alle sofferenze patite da Ulisse per il ritorno.
Mantenere la rotta in equilibrio tra gli opposti
Ora, che cosa significa mettere in viaggio i bambini se non porli di fronte alla costante contrazione e dilatazione del binomio “desiderio di scoperta/bisogno di sicurezza” e quindi di fronte alla declinazione in tutte le altre coppie di ossimori da esso derivanti, ovvero: conosciuto/sconosciuto, conoscibile/inconoscibile, percorribile/impraticabile, pieno/vuoto?
Significa accompagnarli nel passaggio continuo tra ciò che già possiedono e ciò che devono ancora conquistare. Il bambino cresce proprio in questo spazio intermedio: non completamente protetto dal nuovo, ma nemmeno abbandonato davanti a esso.
Significa comporre l’apparente inconciliabilità degli opposti in una misura, in un equilibrio che altro non è che la sapientissima e difficilissima arte dell’educare.
Lanciare i bambini semplicemente nel vuoto significa affondarli a priori, e questo accade quando abbandoniamo i bambini a se stessi. La libertà, infatti, non coincide con l’assenza di una guida: per poter esplorare, il bambino ha bisogno di un contesto sicuro e di adulti capaci di accompagnarlo.
Al contrario, è solo una visione guidata dall’adulto che può accompagnarli nel mare aperto di ciò che è ancora sconosciuto e mettere alla prova la loro intuizione, ovvero atteggiare lo spirito verso una conoscenza più profonda della realtà e della verità.
Tornando alla metafora del mare, i bambini dovranno imparare a cercare da soli lo scoglio a cui aggrapparsi per non affondare e la riva a cui approdare per non naufragare.
L’adulto come porto sicuro e faro all’orizzonte
Intuizione e immaginazione, quindi, come risorse per non “naufragare”, per ridisegnare frontiere, oltrepassare confini, sfidare paure, il tutto lontani dalla propria casa. Perché solo dimorando per qualche tempo lontano, nell’inconosciuto, il bambino può solcare il mare della vita, certo però che, quando vorrà, potrà fare ritorno a un porto sicuro, a casa.
Nell’atto educativo, noi adulti dobbiamo porci come un faro all’orizzonte: quella luce direzionale che illumina e delimita uno “spazio-scenico” (passatemi il termine) di esplorazione, meraviglia e azione, con confini ben definiti e visibili dall’adulto e nel quale i bambini si sentano incoraggiati ad avventurarsi.
Credo che quella di Ulisse e dei suoi viaggi possa in questo senso essere un’immagine molto chiara e utile nel processo educativo. Molto (troppo) spesso, infatti, la tendenza è quella o di chiudere la navigazione dei nostri bambini nel solo mare conosciuto e mappato dall’adulto (per cui il processo di esplorazione e conoscenza di sé e del mondo è solo un’illusione) o al contrario di lanciarli in mare aperto in nome di una libertà (e di una presunta creatività) che di fatto si traduce in una mancanza totale di schemi, di riferimenti e di visione, che quindi ha come unico risultato quello di bloccare il bambino anziché di predisporlo all’azione.
Immagine di Taufan Kharunia da Pixabay.








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